Sa esattamente cosa vuole dire, ma la parola non esce
Un uomo è a tavola con la famiglia e vuole chiedere il sale. Lo vede, sa a cosa serve, sa perfettamente cosa vuole. Apre la bocca ed esce altro, una parola che non c’entra nulla, oppure non esce niente, e gli altri lo guardano e cominciano, con tutta la buona volontà, a indovinare al posto suo. Lui sa che sbagliano. Solo che non ha modo di dirglielo.
L’afasia è un disturbo del linguaggio comparso in seguito a una lesione cerebrale, che può colpire il parlare, la comprensione, la lettura e la scrittura, in combinazioni molto diverse da una persona all’altra. Alcuni perdono le parole, ma capiscono tutto. Altri parlano in modo fluente, però quello che dicono non ha senso, e non se ne rendono conto, e ci sono anche situazioni in cui il linguaggio è colpito su tutti i fronti insieme.
C’è però una cosa che resta vera in quasi tutti i casi, ed è la cosa più importante di tutto l’articolo: l’intelligenza della persona che hai davanti non è cambiata. Il pensiero, la memoria emotiva, la personalità, l’umorismo, le preferenze, è tutto lì. Si è interrotta soltanto la strada tra il pensiero e la parola.
Se l’afasia compare ALL’IMPROVVISO, è un’emergenza. La perdita inattesa della parola o della comprensione è uno dei segni classici di ictus, soprattutto se accompagnata da un viso cadente da un lato o da debolezza a un braccio. Chiama subito il 112 e annota l’ora in cui sono iniziati i sintomi, perché i trattamenti che possono salvare tessuto cerebrale hanno una finestra di tempo breve. Non aspettare di vedere se passa da sola.
Che cosa si interrompe, davvero, nel cervello
Il linguaggio non è distribuito in modo uniforme nel cervello. Nella grande maggioranza delle persone si trova nell’emisfero sinistro, in una rete di aree che lavorano insieme. Due di queste portano il nome dei medici che le hanno descritte nel XIX secolo, proprio perché hanno osservato che cosa succede quando vengono distrutte.
L’area di Broca, nel lobo frontale, si occupa della produzione del linguaggio, cioè di trasformare il pensiero in parole pronunciate. L’area di Wernicke, nel lobo temporale, si occupa della comprensione del linguaggio. Tra le due passa un fascio di fibre chiamato fascicolo arcuato, una specie di cavo che le tiene in dialogo, e che cosa perdi dipende quasi interamente da dove è caduto il colpo. Questo spiega perché due persone con la stessa malattia possono avere manifestazioni così diverse da sembrare colpite da disturbi del tutto distinti.
I tipi di afasia (Broca, Wernicke, globale) e come distinguerli
Le classificazioni mediche sono più sfumate, e molti pazienti non rientrano perfettamente in una sola categoria, ma per un familiare che cerca di capire che cosa sta succedendo il quadro qui sotto resta un punto di riferimento utile.
- Afasia di Broca, detta anche espressiva: il parlare è faticoso, telegrafico, strappato con sforzo, spesso solo parole chiave senza legami tra loro. La comprensione resta in gran parte buona, ed è qui la parte dolorosa. La persona si rende perfettamente conto che non ci riesce, e la frustrazione può essere immensa.
- Afasia di Wernicke, detta anche recettiva: il parlare scorre fluente, con un’intonazione normale, ma il contenuto è svuotato di senso, con parole inventate o messe una al posto dell’altra. La comprensione è seriamente compromessa, e spesso la persona non si accorge di non essere capita, cosa che rende la situazione difficile da gestire per chi le sta intorno.
- Afasia di conduzione: la comprensione e il parlare spontaneo funzionano relativamente bene, ma ripetere ciò che si è appena sentito diventa sorprendentemente difficile. Qui è colpito il collegamento tra le due aree, non le aree in sé.
- Afasia anomica: la forma più lieve e la più frequente alla fine del recupero. Tutto funziona, tranne trovare il nome delle cose. La persona descrive l’oggetto, dice a cosa serve, ci gira intorno, ma la parola si rifiuta di comparire.
- Afasia globale: compare con lesioni estese e colpisce gravemente sia l’espressione sia la comprensione. È la forma più grave, anche se pure in questo caso si può guadagnare terreno con una terapia costante.
Da dove viene l’afasia
La causa di gran lunga più frequente è l’ictus. O si chiude un vaso che nutre le aree del linguaggio, o si verifica un’emorragia. Per questo l’afasia compare più spesso all’improvviso, da un’ora all’altra, in una persona che al mattino parlava normalmente.
Ci sono anche altre strade che portano lì. Un trauma cranico può colpire le stesse regioni, così come un tumore che cresce nell’emisfero sinistro o un’infezione come l’encefalite. Esiste anche una forma che non compare all’improvviso, ma si instaura senza farsi notare nel corso degli anni, l’afasia primaria progressiva, una malattia neurodegenerativa imparentata con alcune forme di demenza. Nella pratica la distinzione conta enormemente. Un’afasia che si instaura in pochi minuti porta al pronto soccorso in quel preciso momento, mentre una che si insinua mese dopo mese richiede un esame neurologico programmato, altrettanto serio.
Che cosa non è l’afasia e perché conta così tanto
L’ingiustizia più grande non viene dalla malattia. Viene dal modo in cui le persone con afasia vengono trattate dopo. Siccome non trovano le parole, gli altri cominciano a parlare loro più forte, più lentamente, come a un bambino. Oppure, peggio ancora, cominciano a parlare di loro in terza persona, come se non fossero nella stanza. Loro sentono tutto. E capiscono, in molte forme di afasia, assolutamente tutto.
- Non è una perdita di intelligenza. La capacità di pensare, di decidere, di provare emozioni e di ricordare resta. È bloccato solo il canale attraverso cui si esprime.
- Non è sordità. L’udito funziona. Il cervello ha difficoltà a decodificare ciò che sente, che è tutt’altra cosa, quindi alzare la voce non aiuta.
- La disartria è un’altra storia. Lì i muscoli della parola sono indeboliti, e le parole escono poco chiare, anche se il linguaggio è intatto. Nell’afasia i muscoli sono a posto, è il linguaggio a essere danneggiato. Le due possono presentarsi anche insieme, ma si trattano in modo diverso.
- Non è un problema psichico. È una lesione in una rete cerebrale, concreta quanto una frattura, solo invisibile dall’esterno.
Riconoscerlo cambia concretamente l’evoluzione. Una persona trattata da adulto intero, a cui si dà il tempo di finire ciò che ha da dire, resta coinvolta nella terapia e nella vita della famiglia. Una trattata come un bambino si ritira, e il ritiro porta depressione, isolamento e, alla fine, meno recupero.
Il recupero della parola dopo un ictus: come si reimpara il linguaggio
La prima buona notizia riguarda la biologia. Nelle settimane e nei mesi dopo un ictus si verifica un recupero spontaneo, man mano che l’infiammazione si riduce e le aree colpite solo indirettamente si riprendono. Su questo si costruisce tutto il resto.
La seconda buona notizia riguarda la neuroplasticità. Il cervello non può ricostruire il tessuto morto, però può ridistribuire il lavoro. Le aree intorno alla lesione si fanno carico gradualmente dei compiti, e anche l’emisfero destro partecipa al processo di riapprendimento. Non è una guarigione in senso stretto, ma una riorganizzazione, ed è proprio per questo che ha bisogno di allenamento, non di riposo.
Lo strumento principale, quello con le prove più solide alle spalle, resta la terapia logopedica. Molti pensano che significhi esercizi di pronuncia. In realtà è il riallenamento sistematico della rete del linguaggio, attraverso esercizi di denominazione, di costruzione della frase, di comprensione e attraverso strategie di comunicazione alternative. Quello che si sa abbastanza chiaramente dalla ricerca è che la dose conta: sedute più frequenti e più intense danno, in generale, risultati migliori di quelle rare.
C’è poi un’idea sbagliata che fa molto male. Si dice che, dopo il primo anno, non si possa più fare nulla. La realtà è diversa. Il progresso è effettivamente più rapido all’inizio, ma persone che sono ad anni di distanza dall’ictus continuano a guadagnare terreno quando riprendono la terapia sul serio. La finestra non si chiude, si restringe soltanto.
Che cosa può aggiungere l’allenamento cerebrale
All’Istituto BrainMap partiamo da una valutazione che ci mostra come funziona il cervello adesso, non come dovrebbe funzionare in generale. Su questa base costruiamo un protocollo personalizzato. Nel caso dell’afasia il nostro ruolo è chiaro e lo diciamo fin dall’inizio. Lavoriamo accanto al logopedista, non al suo posto.
- Neurofeedback: allena l’autoregolazione del cervello, soprattutto l’attenzione sostenuta e il livello di attivazione. Può sembrare un dettaglio secondario, ma non lo è. Un paziente esausto, con l’attenzione frammentata, non riesce a partecipare a una seduta di logopedia di un’ora, e le sedute sono proprio ciò che lo aiuta. Del metodo abbiamo scritto ampiamente nell’articolo sulla terapia neurofeedback plus.
- Sostegno delle funzioni cognitive: la memoria di lavoro e la velocità di elaborazione sostengono direttamente il riapprendimento del linguaggio. Abbiamo approfondito il legame nell’articolo sulle funzioni cognitive.
- Regolazione dello stato emotivo: la depressione dopo un ictus è frequente e sottodiagnosticata, e una persona depressa abbandona la terapia. Qui l’allenamento a calmare il sistema nervoso può fare la differenza tra continuare e rinunciare.
Ti dobbiamo anche la parte meno comoda. Le prove per il neurofeedback applicato specificamente all’afasia sono ancora poche e preliminari. Sono molte meno di quelle per la logopedia. Per questo lo presentiamo per quello che è. È un sostegno complementare che può creare condizioni migliori per la terapia del linguaggio, non un trattamento dell’afasia e tanto meno una guarigione garantita. Vediamo spesso questo tipo di piano nelle persone che arrivano da noi per disturbi del linguaggio, dove l’allenamento cerebrale si affianca alla terapia classica.
La persona che hai davanti è ancora lì. Il nostro compito non è insegnarle di nuovo a pensare, ma riaprirle la strada verso le parole.
Istituto BrainMap
Come parlare con qualcuno che ha l’afasia
La famiglia ha un ruolo molto più grande di quanto immagini. Il modo in cui porti avanti una normale conversazione può essere, per la persona che hai davanti, la differenza tra restare presente e ritirarsi. Alcune cose semplici aiutano enormemente.
- Dagli tempo. I lunghi silenzi sono scomodi per te, non per lui. Lui sta cercando la parola, e se gliela dici tu, gli hai risparmiato proprio lo sforzo che lo aiuta a recuperare.
- Parla normalmente, non come a un bambino. Frasi brevi e chiare, sì. Tono da asilo, mai.
- Una domanda alla volta, meglio se con risposta sì o no quando è difficile. Due domande fatte insieme si perdono tutte e due.
- Usate tutto ciò che avete a portata di mano: gesti, disegni, foto, scrittura sul telefono. La comunicazione non è obbligata a passare solo dalle parole pronunciate.
- Spegni la televisione. Il rumore di fondo rende seriamente più difficile la decodifica per un cervello che già fa fatica.
- Conferma di aver capito, ripetendo con parole tue. Se hai sbagliato, dagli la possibilità di correggerti.
Il primo passo: capire che cosa funziona e che cosa no
Forse nella tua famiglia qualcuno è rimasto con un’afasia dopo un ictus o dopo un trauma. La cosa più utile che puoi fare adesso è scoprire esattamente a che punto è il suo cervello, quali aree sono rimaste forti e su cosa si può costruire. Una valutazione iniziale all’Istituto BrainMap fa esattamente questo. Ti mostra concretamente che cosa succede e dove si può intervenire.
Il colloquio è riservato, senza giudizi e senza promesse che non possiamo mantenere, e lì ti diciamo con sincerità che cosa spetta al logopedista e che cosa possiamo aggiungere noi. Puoi scriverci a office@institutulbrainmap.ro o su WhatsApp al 0770 390 190. Le parole si sono ritirate, la persona no.
Riferimenti
- National Health Service. Aphasia. [online] Disponibile su: nhs.uk/conditions/aphasia.
- National Institute of Neurological Disorders and Stroke. Aphasia. [online] Disponibile su: ninds.nih.gov/health-information/disorders/aphasia.
- American Speech-Language-Hearing Association. Aphasia. [online] Disponibile su: asha.org/public/speech/disorders/aphasia.
Domande frequenti
Afasia significa che la persona ha perso la sua intelligenza?
No. L’afasia colpisce il linguaggio, cioè la strada tra il pensiero e la parola, non il pensiero in sé. La capacità di capire le situazioni, di decidere, di provare emozioni e di ricordare resta in gran parte intatta. Proprio per questo è importante che la persona venga trattata da adulto intero, con pazienza e senza tono da asilo, perché la frustrazione e l’isolamento rallentano davvero il recupero.
Qual è la differenza tra afasia e disartria?
Nella disartria il problema sta nei muscoli della parola, che sono indeboliti o scoordinati, così il parlare esce poco chiaro anche se il linguaggio è intatto. Nell’afasia i muscoli funzionano, ma è la rete cerebrale del linguaggio a essere danneggiata, quindi la difficoltà compare nel trovare le parole, nel costruire la frase o nel capire. Le due possono coesistere dopo lo stesso ictus, ma in terapia si affrontano in modo diverso.
Quanto dura il recupero dall’afasia?
Non esiste un termine valido per tutti, perché dipende dall’estensione e dalla sede della lesione, dall’età, dallo stato generale e da quanto presto inizia la terapia. Il progresso più rapido compare di solito nei primi mesi, quando si sovrappone anche il recupero spontaneo. Dopo il ritmo rallenta, ma i miglioramenti continuano finché continua l’allenamento.
Si può ancora fare qualcosa dopo il primo anno?
Sì, e l’idea che dopo un anno tutto sia ormai deciso è una delle convinzioni sbagliate che fanno più male. Persone a qualche anno di distanza dall’ictus continuano a guadagnare terreno quando riprendono la terapia logopedica con costanza. Il progresso è più lento che all’inizio, però resta reale, perché la neuroplasticità non ha una data di scadenza.
Il neurofeedback aiuta nell’afasia?
Lo usiamo come sostegno complementare, accanto alla terapia logopedica, non al suo posto. Il suo ruolo è allenare l’attenzione, il livello di attivazione e la regolazione emotiva, cioè proprio le cose che decidono se un paziente riesce a sostenere una seduta di logopedia e se resta nel programma. Le prove per il neurofeedback applicato specificamente all’afasia sono ancora preliminari, ed è per questo che non lo presentiamo mai come trattamento dell’afasia o come guarigione garantita.
